Spesa superflua
Spesa superflua addio; la crisi sta modificando e mortificando le scelte dei consumatori. I quattrini sono sempre meno e quasi tutti devono ingegnarsi per risparmiare su ogni tipo di spesa. Anche i dialoghi tra amici e parenti sono cambiati, perché ormai si discute solo degli sconti e dei punti vendita più convenienti.
Quando le disponibilità finanziare sono buone si spende e spande senza tanti controlli, ma quando i soldini scarseggiano e il futuro pare incerto, allora si guarda al centesimo e si evitano le spese definite superflue. Ma cos’è superfluo?
Il dilemma è proprio questo, perché ciò che può essere superfluo per una persona, altrettanto non lo è per un’altra. C’è per esempio, chi spende tanto in abbigliamento per poi risparmiare sui prodotti tecnologici. Oppure c’è chi economizza sull’alimentazione per pagare le rate dell’auto nuova. In pratica quindi, il superfluo non esiste! Perlomeno a livello generale, perché poi ognuno di noi valuta prodotti e servizi secondo le proprie esigenze e, strano a dirsi, più le cose sono inutili e più diventano necessarie. E chi crede che il bisogno del superfluo sia solo un’idea moderna, creatasi con l’avvento del consumismo e del benessere, si sbaglia di grosso. Infatti, basta guardare al passato per scoprire che grandi filosofi come Seneca, già nel 4° secolo a.C., davano al superfluo un valore sociale importante, tanto da annotare: “Alcuni s’immergono nei piaceri e, abituatisi, non ne possono più fare a meno e sono davvero infelici perché arrivano al punto che per loro il superfluo diventa necessario”. Una citazione a conferma che l’inutile rende felici, mentre l’impossibilità di poterne disporre deprime.
Dover rinunciare al minimo indispensabile per vivere e tragico e indebolisce il fisico, ma il non poter accedere al superfluo, invece, avvilisce e debilita la mente. Anche perché la rinuncia evidenzia drammaticamente il proprio disagio economico. Quando questo accade, specialmente a livello di Paese, vuol dire che il popolo che lo subisce è sulla strada della regressione, e per uscirne necessità d’ingenti sforzi e di grandi uomini politici. ”Il progresso della civiltà si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario”. (Alberto Savinio) A questo punto è bene chiarire che non voglio enfatizzare il “superfluo”.
Si può benissimo fare a meno di ciò che non è indispensabile, ma non si può declinare il diritto di poter scegliere. Nel momento in cui siamo costretti a rinunciare a qualcosa, poniamo in essere un’azione che si combina con il rischio di far sparire ciò che definiamo tempo libero, e con esso tutta la cultura che ne scaturisce. Poter disporre di mezzi economici ci permette di appagare la voglia di conoscere il mondo e, quindi, di elevare il nostro grado di cultura e intelligenza.
La libertà di un popolo dipende anche e soprattutto dal suo grado d’istruzione, che non è solo quella appresa a scuola, ma è soprattutto la conoscenza che deriva dalla possibilità di avvalersi del tempo libero, proprio per usufruire di ciò che è definibile “superfluo”. Non sempre però è necessario eliminare le cose inutili. Spesso, invece, c’è l’esigenza di controllare e pianificare la spesa in base alle proprie reali necessità, evitando perciò inutili sprechi. Ad esempio, secondo i dati Fao, in Europa si sprecano ogni anno circa 200 chili di cibo a persona. Un enorme quantità di alimenti che sfamerebbero intere popolazioni; sono circa un miliardo le persone nel mondo che soffrono la fame.
Evitare gli sprechi non è semplice, però si potrebbe iniziare a disciplinare le produzioni locali in base alle richieste di mercato; diminuirle dove sono in eccesso e aumentarle dove sono insufficienti. Le aziende potrebbero cosi produrre quantitativi in base allo storico del venduto, ed evitare lo sfruttamento del territorio e la necessità di dover distruggere o svendere le sovrapproduzioni. Eviteremmo cosi di scoprire che il 30% della produzione alimentare finisce in pattumiera, uno sperpero incredibile di cibo che contrasta terribilmente con un dato assurdo; ogni anno trentasei milioni di persone muoiono di fame. Retorico o no, c’è da chiedersi com’è possibile che non si trovi una formula per evitare la distruzione di tantissimo cibo, pur sapendo che milioni di persone non ne hanno a sufficienza per vivere.
Al contrario invece, trenta milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’eccesso di cibo. Un dato altrettanto assurdo, che si potrebbe limitare con una semplice azione d’informazione, mirata all’educazione alimentare. Un’educazione che dovrebbe iniziare fin dall’asilo, perché alimentarsi correttamente vuol dire stare bene. Ciò comporterebbe, oltre alla riduzione dei consumi alimentari superflui, una maggiore disponibilità di cibo per chi non ne ha. Così si salverebbero molte vite e si ridurrebbe l’enorme spesa medica che pesa su tutta la comunità; croce e delizia del sistema sanitario.

